Uber. Serve una normativa.

2 marzo 2015

I fatti degli ultimi giorni dimostrano che sulla questione Uber bisogna essere molto laici, molto cauti ma anche molto consapevoli. In un momento storico come questo – dove si stanno configurando nuovi modelli di consumo e nuovi modelli di condivisione di beni e servizi – non ci si può arroccare su una mera gestione dell’esistente. C’è un nuovo paradigma che sta emergendo e dobbiamo cercare di renderlo il più possibile trasparente, legale e paritario. Attaccare Uber non risolve la questione di una domanda che cresce e una regolamentazione che ha bisogno di essere aggiornata. In questo momento, in Italia, Uber non è normato in maniera chiara: c’è una questione di elusione fiscale, c’è da definire la questione della concorrenza e, soprattutto, c’è da affrontare la questione della sicurezza, sia di chi usa il servizio, sia di chi lo offre. E questi sono tutti temi che interessano un’azione di governo. E anche in questo caso sono vicino ai sindaci che devono sopperire alle mancanze “nazionali” affrontando situazioni che non sono di loro competenza. Ovviamente è fondamentale mantenere l’ordine pubblico e garantire il rispetto delle leggi. E voglio anche far notare che in tutti questi anni di crisi tantissime categorie hanno subito fortissimi disagi, e tantissimi cittadini sono scesi in piazza reclamando diritti, cercando di far sentire la propria voce, ma sempre garantendo il rispetto del prossimo, senza violenze. Inoltre, queste tematiche, nuove e innovative, potrebbero essere prese in carico dall’Europa, per ragionare su un esperimento normativo unitario e condiviso. Resto convinto che innovazioni come questa rappresentino una prospettiva per il futuro e attaccare chi fornisce il servizio, chi lo usa e lo difende non serva a niente. Pensare alla “sharing economy” come una grandissima opportunità e non come una minaccia è il primo passo per superare le “vecchie vie” in cui ci siamo infilati e da cui non sappiamo come uscire.