Sulla vicenda Almaviva

30 dicembre 2016
La vicenda Almaviva, come potete leggere, si è chiusa malissimo. Oltre mille lavoratori sono stati licenziati e oltre al danno, la beffa di sentirsi dire che è stata “colpa” del sindacato che non è stato in grado di contrattare (ovvero, di accettare le condizioni senza dire niente). In questo post, Elena spiega benissimo la vicenda e centra perfettamente il punto: stiamo dicendo alle aziende di non investire nell’innovazione tecnologica perché possiamo farle risparmiare con una flessibilità estrema. È esattamente il contrario di quanto dovremmo fare come paese che vuole rialzarsi per davvero, ed è esattamente il contrario di quello che fanno all’estero. Ecco perché, come dicevamo quando il dibattito era impegnato a discutere sul caso Fiat, non andremo da nessuna parte se, come sistema paese, continueremo a pensare di fare concorrenza a paesi come Serbia e Albania sul costo del lavoro (vi ricordate il delirante opuscolo del ministero dello sviluppo economico?) invece di fare concorrenza agli Stati Uniti e alla Germania sull’innovazione tecnologica.
“1.666 lavoratori di Almaviva saranno licenziati con una lettera datata 30 dicembre 2016, in quanto l’accordo tra azienda e sindacato non è stato raggiunto.
Un accordo che parlava di licenziamento e controllo della produttività e che giustamente non porterà la firma dei sindacati.

Leggo oggi con rammarico che anche dal Ministero dello Sviluppo Economico giungono dichiarazioni che vorrebbero scaricare le responsabilità sulle sigle sindacali perchè non hanno accettato le condizioni dettate dall’azienda.
Ecco, vorrei chiarire una cosa: il sindacato è delegato per contrattare collettivamente accordi migliorativi delle nostre condizioni e non per accettare ricatti o condizioni al ribasso, altrimenti facciamo che andare individualmente a trattare con l’azienda e scateniamo la guerra dei poveri e disperati.
Detto questo il risultato è che 1.666 lavoratori restano a casa nell’indifferenza totale, mentre da qualche parte sui social mi tocca anche leggere che il problema non sono le normative che concedono flessibilità incontrollata, ma lo scarso valore dell’attività di call center.
Così, dopo aver controllato l’embolo che mi stava partendo, provo nuovamente a chiarire due o tre cose.
In un mondo in cui pochi sono quelli che sanno condurre una conversazione de visu, portare a termine una trattativa di vendita o gestire una contestazione al telefono, vi assicuro che richiede professionalità e competenza, smettiamo di dire che questo è un lavoro che può fare bene chiunque, sono disposta a sfidarvi.
Questo è un lavoro che conferisce valore all’azienda e che è strategico fin dagli anni ’90, quando alla Facoltà di Economia il professore di Sociologia Industriale ci faceva dare un esame sul caso call center e parallelamente studiavamo Marketing dei Servizi.
E allora dove sta il problema?
Il problema è che in un call center concorrono all’abbattimento dei costi e alla creazione di ricavi due fattori: la tecnologia e le risorse umane.
La tecnologia dovrebbe permettere una pianificazione il più possibile efficiente in un mondo che per definizione non è replicabile, accantonabile e prevedibile.
Le risorse umane dovrebbero essere quelle a cui si chiede il valore aggiunto della qualità, dell’attenzione al cliente, della valorizzazione del brand che si rappresenta.
Questo in un mondo perfetto, nel mondo reale invece, la tecnologia ha un costo che le aziende scelgono di non affrontare visto che la normativa sul lavoro gli permette di ricorrere all’altissima flessibilità delle risorse umane, o ancora al controllo della loro produttività.
Ecco perché Jobs Act, e anche i suoi avi sono il problema.
Stiamo dicendo alle aziende che non serve investire in sviluppo quando il mercato del lavoro ti offre flessibilità e costi al ribasso.
E’ da questo concetto che a mio parere si deve ripartire, dobbiamo chiedere norme che concedano il giusto punto di flessibilità a fronte però di un forte impegno nello sviluppo di tecnologie che migliorino le condizioni dei lavoratori e non solo di quelle volte al controllo a distanza…
Già, il controllo a distanza, quell’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori, pasticciato dal Jobs act e che ha lasciato tutti, aziende a sindacati a guardare in attesa di una prima sentenza che dica quanto ci si possa spingere in là, quell’articolo 4 che in un mondo di precari forse dovrebbe stare al centro del dibattito quanto l’articolo 18, ma sì sa, quello dei call center è un mondo in cui le battaglie collettive sono difficili e Almaviva è solo uno dei tanti esempi.”