La porta di vetro. Il futuro dell’Europa.

30 gennaio 2019

Anche il secondo numero del 2018 della rivista “La porta di vetro” dal titolo “Il Governo dei nuovi affabulatori” contiene un mio saggio. Si tratta di una riflessione sul futuro dell’Europa a partire dal ruolo del Partito Socialista Europeo.

Qui di seguito riporto il testo integrale. La rivista può essere ritirata nel mio ufficio di Torino scrivendo una mail a info@danieleviotti.eu e sarà presto anche disponibile sul sito della rivista a questo indirizzo http://www.laportadivetro.org/category/rivista/

IL FUTURO DELL’EUROPA. IL RUOLO DEL PARTITO SOCIALISTA EUROPEO

Nel 1944 Altiero Spinelli concepiva con straordinaria visionarietà, con fantasia pragmatica, con spirito di innovazione, quella deliziosa utopia che possiamo chiamare ancora oggi Europa Unita. Invitava a non lasciare che la lava incandescente delle passioni popolari tornasse a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgessero le vecchie assurdità.

Nel “Manifesto di Ventotene” Spinelli delineava un’ideologia per il mondo a venire fondata sulla pace, sulla condivisione, sulla rinuncia agli egoismi e ai totalitarismi.
La sfida è sempre attuale e oggi sembra esserlo ancora di più.
Ogni conquista va presidiata, rivendicata, rilanciata. Siamo responsabili del passato, ma, ancora di più, del presente e del futuro. Il nemico esiste, cambia forma, ma si insinua là dove le difese immunitarie sono basse. Quale ruolo hanno, dunque, le forze democratiche per contrastare la deriva che vediamo sotto i nostri occhi? In questo contesto un ruolo fondamentale è e sarà giocato dal Partito socialista europeo, che si è rivelato essere negli ultimi anni la cartina al tornasole dello stato di salute delle sinistre riformiste di tutto il vecchio continente. Le elezioni europee del 2014 hanno visto accorciarsi le distanze nei confronti dei popolari, con un sostanziale “pareggio”. Il frutto di quel voto è stato un accordo di maggioranza tra PSE e PPE, i due maggiori partiti, in nome della governabilità e della stabilità.
Questo abbraccio ha, a suo modo, alimentato, in realtà, il vento dell’anti europeismo, cavalcato dai partiti e dai movimenti populisti dei vari Stati membri, che hanno continuato a delineare l’Unione come una “matrigna cattiva”.

Il 26 maggio 2019 si terranno le prossime elezioni europee, con uno scenario molto confuso e complesso. Sarà importante arrivarci con un PSE riformato e più forte. E’ necessario che si abbandonino le ambiguità degli ultimi anni verso proposte forti e incisive. Al centro della nostra azione dovranno esserci proposte che permettano ai socialisti di tornare a occupare degnamente uno spazio che negli ultimi anni hanno lasciato colpevolmente libero: quello della giustizia sociale.

Uno degli errori del PSE, in questi anni, è stato quello di credere che la battaglia da giocare in questo periodo fosse quella tra populisti e riformisti, non capendo che la vera sfida consisteva nello scardinare la dicotomia “Sinistra riformista VS Sinistra Radicale”, provando a trovare convergenze tra le due aree in nome di valori comuni come uguaglianza, giustizia sociale e libertà. Convergenze che, in tutta Europa, le destre hanno quasi sempre trovato, ricompattandosi dietro ai loro valori fondanti, come il protezionismo e il conservatorismo.

L’inganno della Terza Via.

La crisi delle sinistre socialiste e socialdemocratiche europee ha radici profonde. A metà degli anni Novanta, sull’onda dei successi di Tony Blair nel Regno Unito e di Bill Clinton negli USA, la sinistra europea si è convinta che la soluzione a tutti i suoi problemi consistesse nel trovare una “terza via” tra liberalismo e socialismo. La convinzione alla base di questo ragionamento era che si potesse trasformare il capitalismo, e che la globalizzazione avrebbe sì creato delle disuguaglianze, ma il bilancio sarebbe comunque stato positivo a favore di nuove opportunità per i singoli individui. Imboccando questa strada, si scelse scientemente di alimentare un individualismo di eco Tatcheriano del quale paghiamo solo oggi il prezzo più caro: il disagio sociale e l’insicurezza.

Il Partito Socialista Europeo e i suoi affiliati al governo di molti Stati Membri si sono trovati a fare i conti con i limiti evidenti di questa proposta solo dopo lo scoppio della crisi economica del 2007-8, che ha accentuato le divisioni politiche a livello europeo ma soprattutto peggiorato le condizioni di vita dei singoli, aumentando le insicurezze delle classi medie e popolari. Insicurezze sfociate poi in paure, trasformatesi in carburante per odio e frustrazione.

Nonostante questo, molti all’interno del PSE ritengono ancora opportuno proporre soluzioni in linea con la Terza Via. Un moderatismo fuori dal tempo incapace di evidenziare la miopia di chi non vede (o non vuole vedere) come lo scenario politico imponga proposte e soluzioni coraggiose e radicali, capaci di ridare speranza a quelle fasce di popolazione che più hanno subito questi dieci anni di crisi economica.

Gli ultimi venti anni della sinistra europea sono stati questo. Se non si cambierà, intercettando i problemi delle cittadine e dei cittadini europei, il rischio di una ulteriore marginalizzazione diventerà molto più che una preoccupazione.

L’esperienza portoghese.

Alla crisi bancaria del 2007-8 l’Unione Europea ha deciso di rispondere con la ricetta dell’austerità. Molti Stati Membri, già piegati duramente, non hanno affatto beneficiato di questa ricetta applicata da Bruxelles. Uno dei Paesi più duramente colpiti è stato senza dubbio il Portogallo. All’epoca, il Governo lusitano era conservatore, e accettò completamente i diktat europei in cambio di un salvataggio da parte della Troika. Queste misure, in poco tempo, hanno portato a conseguenze socialmente devastanti. Dalla privatizzazione delle utenze a un aumento considerevole dell’IVA, dal taglio degli stipendi dei settori pubblici al taglio dei sussidi, all’estensione della giornata lavorativa. Come se non bastasse, nel giro di due anni il Governo ha attuato un taglio del 23% della spesa per l’istruzione pubblica, pure il Servizio Sanitario e la Sicurezza Sociale hanno sofferto particolarmente. Il risultato principale di queste manovre è stato uno: la povertà è aumentata.

Nell’autunno del 2015, poco dopo le elezioni politiche, il Governo di centro-destra presieduto da Pedro Passos Coelho cade a causa di una mozione di sfiducia.

Dopo pochi giorni il Partito Socialista, il Blocco di Sinistra e la Coalizione Democratica Unitaria avviano i negoziati per formare un Governo con maggioranza di sinistra. Seguono 51 giorni di stallo fino a quando il Presidente della Repubblica conferisce l’incarico a Antonio Costa, leader socialista, e accetta la lista dei ministri da lui presentata. Il nuovo Governo è un monocolore socialista, con appoggio esterno del Blocco di Sinistra e della Coalizione Democratica Unitaria.

La logica economica del nuovo Governo è chiara: una vera ripresa necessita dell’aumento della domanda. Così la nuova compagine governativa si prefigge obiettivi chiari e a modo loro radicali: impegno ad aumentare il salario minimo, a invertire l’aumento delle imposte regressive e a riportare i salari del settore pubblico (crollati del 30% in pochi anni) e le pensioni ai livelli pre-crisi.

L’impatto di queste politiche è stato tangibile in un poco meno di un anno. La sicurezza sociale per le famiglie più povere è aumentata, gli investimenti aziendali sono aumentati del 13%, il deficit è dimezzato, toccando il punto più basso dal ritorno della democrazia in Portogallo. L’economia ha beneficiato di queste scelte, crescendo per tredici trimestri consecutivi.

Questi risultati dimostrano come il Governo portoghese possa offrirsi come modello per tutto il resto del continente. Non solo dal punto di vista delle politiche, con una proposta radicale ma di buonsenso; quanto dal punto di vista della strategia politica che il Partito Socialista è riuscito a mettere in campo, trovando le dovute convergenze con il Blocco di Sinistra e la Coalizione Democratica Unitaria. Premettendo che è sempre complicato prendere esperienze estere per traslarle fuori contesto, è innegabile riconoscere come le forze di sinistra portoghesi siano state capaci di attuare una proposta radicale ma al contempo pragmatica. Avendo il coraggio di riconoscere che la via dell’austerità scelta dall’Europa non ha ottenuto i risultati sperati, hanno dimostrato che se la politica restituisce reddito alle persone in modo moderato, le persone ottengono più fiducia e ritorni sugli investimenti.

Questo esempio, purtroppo, è rimasto un unicum, assieme alla proposta del Labour britannico, nel panorama socialista europeo. All’indomani della crisi bancaria, i partiti socialdemocratici hanno ceduto alle paure, abbracciando l’austerità. Il risultato di queste scelte è stato un lento, e nemmeno troppo, collasso politico generalizzato. Spagna, Grecia, Francia, Paesi Bassi e Italia hanno visto calare, chi prima, chi dopo, i consensi dei partiti afferenti alla famiglia socialista. Al contrario, i due partiti socialdemocratici che hanno scelto di opporsi chiaramente alle ricette per l’austerità – Portogallo e UK- stanno andando meglio di tutti i partiti fratelli. Questo non è altro che l’esempio lampante che esisteva ed esiste un’alternativa all’austerità, e che dopo la crisi più lunga e dura degli ultimi anni non è possibile pensare di mettere in campo ricette moderate ed edulcorate, ma sono, in realtà, necessari radicalità e coraggio per occuparsi dei problemi delle persone che maggiormente hanno sofferto questi anni di crisi.

Jeremy Corbyn: la radicalità e il progressismo delle idee politiche.

In tutta Europa, le elezioni negli anni della crisi sono state caratterizzate dai risultati catastrofici dei partiti socialisti che, in vari casi, da formazioni che competevano per il governo si sono ridotti a gruppetti irrilevanti.

Come è stato detto in precedenza, questi sono gli effetti di lungo periodo di scelte prese a metà anni Novanta con l’abbraccio incondizionato alla teoria della “Terza Via” blairiana.

I risultati di queste scelte sono arrivati solo dieci anni dopo. L’apertura ai cosiddetti “moderati” ha permesso ai partiti tradizionalmente socialisti di ampliare il proprio bacino, già consolidato nel tempo, ma – con lo scoppio della crisi economica del 2007 e con il venir meno delle certezze per le classi medie e popolari, storici bacini elettorali socialisti – i consensi socialisti sono franati.

Questa è stata anche la parabola del Labour, che dopo il grande e lungo successo di Tony Blair, ha cominciato a perdere sempre più terreno, avviandosi a seguire la stessa sorte dei partiti gemelli nel resto del continente.

L’elezione a sorpresa di Jeremy Corbyn alla segreteria del partito ha rappresentato una rottura rispetto al passato recente e un ritorno alla linea originaria laburista. Lo scetticismo che ha accolto questa elezione, sia tra i commentatori sia tra gli addetti ai lavori della sinistra europea, è arrivato spesso ai limiti del dileggio. In un periodo in cui la vera moda a sinistra era il “nuovismo” esasperato e a tutti i costi, l’elezione di un signore dall’esperienza trentennale nelle Istituzioni è stata vista come la sicura condanna per il Labour ad un’opposizone sterile e duratura, senza alcuna speranza di tornare prima o poi al governo del Regno Unito.

I sondaggi pre-elettorali sembravano confutare questa tesi, dato che fino a un paio di mesi dalle elezioni accreditavano al Labour consensi attorno al 25%, con quasi venti punti di distacco dai conservatori di Theresa May.

Il programma presentato da Corbyn, dietro al motto “For the many, not the few” (Per i molti, non per i pochi), incautamente adottato con scarso successo da Liberi e Uguali alle elezioni politiche italiane del 2018, è stato subito bollato come “massimalista” e “populista”. In realtà, tralasciando le classiche esagerazioni elettorali, il programma laburista aveva un chiaro e semplice intento: rovesciare i paradigmi abbracciati spesso anche da partiti socialisti e socialdemocratici, dicendo basta all’austerità a senso unico verso le classi più svantaggiate, basta a riduzioni del welfare e ri-nazionalizzazione di servizi essenziali come poste e ferrovie. Quest’ultimo punto non era, come molti hanno voluto far credere, un impeto bolscevico, bensì il prendere atto del fallimento delle privatizzazioni attuate in passato in ambiti fondamentali per i cittadini e le cittadine.

Un altro punto fondamentale del programma – che ha riscosso enorme successo, soprattutto tra l’elettorato giovanile – era il mettere fine a una università così costosa da escludere gran parte di coloro che non hanno possibilità economiche.

Il risultato di questo programma è stato che un partito che sembrava avviato verso la triste sorte degli altri confratelli europei ha ottenuto un successo a cui il numero di seggi non rende assolutamente giustizia: il Labour di Corbyn è arrivato al 40% dei consensi, testa a testa con il 42,5 % dei Tory.

L’anziano Corbyn, contro tutti i pronostici, è stato in grado di intercettare il voto dei giovani – attualmente la fetta di elettorato più difficile da intercettare, soprattutto a sinistra – e di tutti quelli che avevano perso la speranza. Concentrandosi su punti semplici ma fondamentali come uguaglianza e giustizia sociale, il Labour ha dato a tutti una lezione molto chiara: se i socialisti non fanno i socialisti, prima o poi vanno incontro alla marginalità, o peggio alla scomparsa. Come nel caso portoghese di cui sopra, è sottinteso che ogni Paese ha le proprie dinamiche e le proprie specificità, rendendo quindi difficile e spesso inutile l’esercizio di utilizzare ricette “straniere” così come sono. Ma è innegabile che tutto il Partito Socialista Europeo dovrebbe iniziare a interrogarsi seriamente su quali posizioni tenere in merito a temi fondamentali come la globalizzazione, l’economia e l’Europa stessa.

Il dialogo come orizzonte raggiungibile: la Spagna.

Dopo la mozione di sfiducia presentata dal PSOE nei confronti del Presidente Mariano Rajoy e approvata il 1° giugno 2018, il giorno successivo si è insediato il Governo Sànchez. Un esecutivo di minoranza -il più minoritario della Spagna moderna, con solo 84 seggi su 350- composto da 11 donne e 6 uomini, tutti afferenti al PSOE.

A differenza dell’esperienza portoghese, dove Antonio Costa per governare necessità “solamente” dell’appoggio del Blocco di Sinistra e della Coalizione Democratica Unitaria, a Madrid le cose sono un po’ più complesse. Oltre a Unidos Podemos, a Sànchez, con i suoi 84 deputati, servono anche i voti dei nazionalisti baschi e degli indipendentisti catalani per arrivare alla maggioranza assoluta.

Nonostante queste difficoltà, il PSOE ha deciso di aprire un dialogo concreto con tutti i possibili alleati a sinistra, Podemos su tutti. Il momento cruciale è stato proprio quello più importante, cioè la nuova riforma finanziaria per il 2019. PSOE e Unidos Podemos hanno condotto settimane di trattative, sfociate in un accordo di 50 pagine siglato da Sànchez e Iglesias.

Questo patto, è la prova concreta che il dialogo non deve necessariamente portare a una mediazione al ribasso, quasi conservatrice. I due principali partiti della sinistra spagnola hanno infatti individuato una lunga serie di priorità comuni per il bene del paese, e su quelle hanno discusso, mediato e trovato possibili soluzioni.

L’obiettivo principale era quello di portare un miglioramento economico nelle vite dei cittadini spagnoli, per far sì che “la crisi è finita” non fosse solo uno sterile ritornello, ma una percezione concreta nella loro vita quotidiana. Per fare questo, hanno deciso di fare passi in avanti nel consolidamento del welfare, con un considerevole aumento del salario minimo, un aumento delle aliquote IRPEF per i redditi annui superiori ai 130 mila euro, una patrimoniale dell’1% per le fortune superiori a 10 milioni di euro e una simil-“Tobin Tax” dello 0,2% per le transazioni finanziarie. L’impegno sul fronte welfare continua con una riforma delle pensioni che devono essere legate all’inflazione reale e maggiori aiuti per i disoccupati con più di 55 anni.

Sono tante e diverse fra loro le misure importanti presenti in questo accordo: da maggiori investimenti per combattere la “povertà energetica” all’equiparazione tra il congedo di maternità e quello di paternità.

Questo ricco accordo programmatico, però, sembra scontrarsi contro due ostacoli, uno interno e uno esterno. A Madrid, sembra difficile trovare una quadra con gli indipendentisti catalani, a causa della questione giudiziaria ancora molto accesa e sentita, che potrebbe quindi ostacolare l’approvazione della finanziaria in Parlamento; a Bruxelles, invece, sembrano non aver gradito la proposta dell’esecutivo spagnolo, reo di essersi concentrato eccessivamente sulla spesa pubblica, rispetto a un’ulteriore riduzione del debito. Questi fattori, nei giorni scorsi, hanno portato il Presidente Sànchez -impegnato assieme al PSOE nelle elezioni regionali in Andalucia- a ventilare per la prima volta l’ipotesi di elezioni anticipate, qualora non si riuscisse ad approvare la finanziaria in Parlamento. Una extrema ratio che però, secondo i sondaggi, non stravolgerebbe più di tanto il quadro politico, dato che le percentuali dei partiti spagnoli, seppur cambiate nell’ultimo anno, consegnerebbero una situazione di stallo molto simile a quella attuale.

Cosa succederà non è dato saperlo.

Quello che però possiamo e dobbiamo riconoscere, come socialisti, al PSOE e Unidos Podemos, è la capacità di dialogo, mediazione e concretezza nelle proposte. Tutte cose molto rare nella quotidianità della sinistra europea, che devono però tornare a essere all’ordine del giorno se si vuole cambiare davvero rotta rispetto al passato.

Il Partito Democratico e il PSE.

L’approdo del Partito Democratico nella famiglia dei socialisti europei è stato tanto travagliato quanto atteso. Dall’anno della sua nascita, il 2007, sono passati quasi sette anni prima che i democratici italiani decidessero di aderire al PSE, chiedendo di modificare il nome del gruppo europeo in “Socialisti & Democratici”. Come spesso accade, a prendere questa decisione non è stato un leader socialista convinto. È infatti con l’avvento di Matteo Renzi alla segreteria del partito che il PD compie questo passo all’inizio del 2014.

Proprio pochi mesi prima delle Elezioni Europee che vedranno i dem vincitori con il 40,8% dei consensi, capofila tra i partiti socialisti e socialdemocratici europei, soprattutto come numero di eletti al Parlamento Europeo.

La scelta di entrare a far parte del PSE e la straordinaria affermazione elettorale lasciavano presagire un impegno, dal punto di vista squisitamente politico e interno alle dinamiche socialiste, che in realtà non c’è mai stato. Matteo Renzi, infatti, non ha mai sfruttato come avrebbe dovuto il peso politico del Partito Democratico all’interno del Partito Socialista Europeo. Non si è fatto sentire riunendo i socialisti in preparazione dei Consigli Europei e non ha partecipato come Segretario alle riunioni più informali e politiche.

Una lunga serie di occasioni perse, tra le quali la più importante, quella di non contrapporre alle scelte congressuali del Partito Socialista Europeo – che ha continuato a restare sulla linea di Visegrad e dell’asse franco-tedesco – il punto di vista dei Paese Mediterranei come il nostro, la Spagna e la Grecia. Strategia che avrebbe permesso soprattutto al Partito Democratico di tessere un rapporto con Siryza e il suo leader Tsipras, per dimostrare la fattibilità di proposte radicali ma al contempo sostenibili in un quadro di Unione Europea.

Un altro grande vulnus del Partito Democratico nei confronti delle Istituzioni Europee è stata la mancanza di una visione strategica a lungo raggio per quanto riguarda il quadro finanziario. Un Paese al quale spesso giustamente ci si oppone dal punto di vista delle scelte economiche come la Germania, ha organizzato scientificamente due differenti incontri nei quattro anni di mandato per discutere assieme a tutti gli attori europei non solo del quadro appena licenziato ma addirittura di quello successivo. Una visione strategica e di prospettiva che sono mancate al Partito Democratico e all’Italia, che avrebbe potuto imprimere al Quadro Finanziario un indirizzo più marcatamente sociale, soprattutto per quanto riguarda il tanto sbandierato “Pilastro Sociale”, che continua a rimanere un documento enunciato ma vuoto di politica e politiche. Anche sui fondi strutturali si sarebbe potuto dare un indirizzo diverso al documento, oppure sul tema delle migrazioni, che è stato affrontato con un approccio estremamente securitario che, da sempre, porta acqua al mulino delle destre e non a quello dei socialisti.

Che fare?

Nei prossimi mesi il Partito Socialista Europeo (e tutti i partiti nazionali che ne fanno parte) si avvierà a una prova non da poco come le prossime Elezioni Europee del maggio 2019. Il 7 e 8 dicembre, a Lisbona, il PSE dovrebbe confermare ufficialmente l’olandese Frans Timmermans -Vicepresidente dell’attuale Commissione- come proprio Spitzenkadidat (a formula secondo la quale la carica di Presidente della Commissione Europea viene conferita al leader del partito con il maggior numero di seggi al Parlamento Europeo). Nonostante Timmermans sia un politico molto esperto, parli sette lingue e abbia ricoperto in passato importanti ruoli politici e diplomatici, questa scelta ha visto sollevarsi non poche critiche. Le più puntuali, forse, sono quelle che sottolineano come il Vicepresidente sia espressione di un partito, quello socialista olandese, in grande affanno e con un calo di consensi non indifferente, e il dubbio che la scelta del Vicepresidente della Commissione uscente possa essere percepita dagli elettori come un segnale di continuità con il passato, dato che Timmermans incarna quel modello di socialismo europeo che ha accettato ogni tipo di compromesso, spesso al ribasso, in nome della governabilità. I dubbi sono molti anche sul modello “Spitzenkandidat” che altro non è che un accordo sulla parola per provare a creare un sistema di elezioni presidenziali che in realtà non esiste, ma questa è una questione più tecnica che politica.

Al netto di dubbi e perplessità, i socialisti dovranno davvero farsi carico di un rinnovamento programmatico che appare quanto mai necessario.

Bisognerebbe sottolineare, innanzitutto, che il tema “europeisti vs populisti” tanto caro a molti socialisti in Europa non può essere il fulcro del ragionamento, e che la prima cosa da sottolineare sarà la distanza dai conservatori del Partito Popolare Europeo. Rompendo la narrazione “Europeisti vs Sovranisti” da tempo molto in voga, per ammettere, senza paura, che la sfida che abbiamo davanti sarà quella tra Destra e Sinistra, non tanto a livello ideologico quanto programmatico.

Il PSE dovrà, innanzitutto, abbandonare le ambiguità degli ultimi anni nei confronti di proposte forti e incisive come ad esempio il “Piano Prodi” per l’Europa Sociale o l’idea, lanciata mesi fa dall’Italia, di un’assicurazione europea contro la disoccupazione.

Tre gli ambiti su cui poter incidere: lavoro, previdenza e investimenti.

I socialisti europei, negli ultimi anni, hanno utilizzato gli stessi metodi della destra: abbracciando l’idea di austerità proposta dai popolari, anteponendo il rigore economico e finanziario alla vita delle persone.

Bisogna iniziare a mettere un po’ di radicalità nelle proposte, inserendo nell’agenda, tra i primi punti, la lotta alle disuguaglianze, il contrasto alla povertà, un piano per affrontare la precarietà della vita, il diritto al lavoro. Focalizzandosi sui bisogni delle cittadine e dei cittadini europei, dimostrando loro che l’Europa può davvero essere la soluzione a problemi che i singoli Stati non riescono più ad affrontare autonomamente.

Il Partito Socialista Europeo, anche quando i problemi non possono essere risolti a livello europeo ma dai singoli stati, deve essere capofila nello spronare i singoli partiti da cui è composto ad affrontare e risolvere queste sfide in modo chiaro e non contraddittorio come spesso è accaduto negli anni passati.

Questo cambio di passo è necessario non solo per la sopravvivenza del PSE e dei partiti socialisti e socialdemocratici, ma soprattutto per dimostrare che il progetto di un’Europa più giusta e più solidale è ancora possibile.

Abbiamo bisogno di un cambio di passo da parte della grande famiglia socialista. La soluzione è più semplice di quanto si possa pensare: tornare a essere se stessi.

 

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