I “NO” CHE AIUTANO A FAR CRESCERE… IL BILANCIO EUROPEO

20 maggio 2019

Articolo pubblicato su la Porta di vetro, rivista di politica e società (anno VI – n.1 – 2019)

I “no” che aiutano a far crescere… il bilancio europeo
di Daniele Viotti

Quando, da neoeletto al Parlamento Europeo, sono entrato per la prima volta in Commissione Bilancio un collega più anziano di me, che nel suo paese era già stato un paio di volte Ministro, mi ha detto, “vedi Viotti, una delle cose da imparare quando ci si occupa di finanze pubbliche è che, a qualsiasi domanda, la prima risposta deve essere “no”, poi magari si può discutere, ma in un secondo momento”.

Non so quanti no quel collega avesse detto nella sua lunga e prestigiosa carriera ma, durante i miei cinque anni tra Bruxelles e Strasburgo, ho cercato di avere un approccio diverso: ho provato a dire sì quando era possibile e, con fatica, a trasformare qualche no in, almeno, un “vedremo”.

Occuparsi di politiche di bilancio è una scelta poco furba secondo alcuni: gli argomenti sono molto tecnici, poco mediatici e, come se non bastasse, dato che si parla di soldi si finisce quasi sempre in negoziati lunghissimi o, se proprio va male, ci si ritaglia il ruolo del burocrate arcigno e avaro. Una semplificazione, evidentemente, ma in tempi di social e crisi di governo a colpi di tweet, si rischia di rimanerci imprigionati.

Si tratta di un errore perché il bilancio europeo, con i suoi centoventi miliardi circa di disponibilità, è uno strumento politico straordinario che, pur non raggiungendo nemmeno alla lontana il peso specifico dei suoi equivalenti americano e cinese, negli anni ha trasformato in realtà i progetti europei più ambiziosi, da Erasmus, al sostegno per le piccole e medie imprese, passando per le centinaia di programmi e fondi che finanziano le nostre infrastrutture, le scuole e le università.

Occuparsi di bilancio però è difficile perché costringe a un esercizio che noi politici cerchiamo quasi sempre di evitare: il confronto con la realtà. Tra tabelle, entrate e uscite, fondi, crediti e debiti, il lavoro sul budget annuale dell’Unione Europea pare rievocare le parole del cancelliere Bismarck, la politica come arte del possibile. Possiamo scrivere le migliori direttive del mondo, le norme più illuminate, regolamenti ambiziosi ma, senza capacità finanziaria, tutto rimane lettera morta, infinite scartoffie che si accumulano nei grigi palazzi di Bruxelles.

La vera battaglia sul bilancio europeo, che ho tentato di portare avanti da relatore generale in questi anni, non è il conteggio micragnoso di quanti soldi vanno ai singoli stati o, peggio ancora, l’applicazione di una logica solo ragioneristica con un calcolo entrate e uscite, occorre lavorare per sfruttare al massimo gli strumenti finanziari che abbiamo a disposizione, principalmente in due modi. Maggiore disponibilità dai governi nazionali e una grande riforma del sistema di finanziamento dei bilancio europeo.

Sul primo punto c’è molto poco da dire: i paesi europei, anche quelli che – formalmente – rientrano ancora nel club degli europeisti sono da sempre molto gelosi delle loro prerogative finanziarie, i trasferimenti a Bruxelles sono vissuti come una necessità dolorosa, un effetto collaterale utile appena a garantire il buon funzionamento del mercato unico e succosi fondi di sviluppo regionale. Questo approccio utilitaristico porta a storture clamorose che si riverberano nelle complesse e spesso bizantine trattative che, ogni anno a dicembre, ci hanno visti blindati nell’austera sede del Consiglio Europeo per ore e ore. In queste riunioni, che hanno il nome abbastanza autoironico di “Comitato di Conciliazione”, si svela tutta la debolezza politica di chi, almeno a parole, dovrebbe garantire il buon funzionamento dell’Unione Europea. Mentre la delegazione del Parlamento (che ho avuto l’onore di guidare durante i negoziati del dicembre 2018) e della Commissione sono sempre disponibili a cercare il massimo comun multiplo, sono gli stati membri, spesso rappresentati da funzionari, neppure da figure di rango governativo, che finiscono (quasi) sempre per imporre invece il minimo comune denominatore. Questo avviene, spesso, per calcoli di bassissimo cabotaggio, legati a equilibri interni o logiche di potere incomprensibili al di fuori delle singole capitali. Così, il bilancio europeo, che almeno in teoria dovrebbe esistere proprio per rendere meno ripide le differenze tra i vari stati, si è trasformato in un campo di battaglia dove Parigi, Berlino, Roma, Madrid, Atene, Budapest e le altre capitali, si fronteggiano in uno scontro geopolitico che, alla fine, si risolve senza nessun vincitore. Ogni taglio, ogni contenimento, ogni tentativo di limitare i trasferimenti non si traduce infatti in una maggiore efficienza della macchina burocratica (che, già oggi, pesa meno del quattro percento sul totale delle spese europee, un’inezia confrontata alle pubbliche amministrazioni nazionali) ma in meno finanziamenti per ricerca, industria, educazione e sviluppo. Questo continuo braccio di ferro costringe chi si occupa di bilancio a trovare ogni volta soluzioni sempre più creative, ai limiti di quanto è permesso fare dalle norme finanziarie in vigore e, a tratti, pure troppo confuse. A volte pare quasi che, pur di trovare una quadra accettabile, alcuni negoziatori siano disposti a tutto, addirittura a rinunciare alle prerogative politiche che, magari, la Commissione Europea aveva sottoscritto solennemente poche settimane prima nell’Aula di Strasburgo.

Per questo motivo serve un Parlamento Europeo forte e conscio del suo ruolo, capace di approvare quando necessario ma pure di rimanere fermo sulle sue posizioni quando i risultati sono al di sotto delle aspettative. In questi cinque anni ho lavorato con colleghi agguerritissimi, competenti, desiderosi di fare il meglio per l’Europa ma, purtroppo, ho anche assistito alla generale sottovalutazione che i nostri partiti e, quando ci è capitato, i nostri governi, hanno riservato alle questioni di bilancio.

Qui però entra in gioco il secondo tema che citavo poco sopra, ovvero la necessità di una grande riforma del bilancio europeo: serve che l’Unione Europea acquisisca una vera capacità fiscale autonoma che le permetta di perseguire le prerogative politiche decise da Commissione e Parlamento senza i vincoli – a volte addirittura i ricatti – imposti dagli Stati Membri. Questo, ovviamente, non significa immaginare nuove tasse o imposizioni sui cittadini ma, più modestamente, un coordinamento fiscale per incidere davvero su settori che generano giganteschi profitti e restituiscono molto poco in termini di entrate fiscali. Tra le proposte in campo c’è una tassa per le aziende che operano nel digitale, la carbon tax (sostenuta, peraltro, pure da Greta Thunberg) e la tassa sulle transazioni finanziarie. Come appare chiaro ciascuno di questi provvedimenti non andrebbe a gravare sui consumatori o sui piccoli imprenditori ma su quei gruppi industriali che operano nell’enorme e ricchissimo mercato europeo.

Il Parlamento Europeo, in questo senso, ha lavorato molto e, in particolare, la legislatura che si è appena conclusa, ha prodotto una serie di proposte già attuabili nonché sostenibili dal punto di vista finanziario. Ora quello che serve è il sostegno politico da parte di chi, dal prossimo mese, siederà a Bruxelles e Strasburgo.

Sono passati ormai cinque anni dalla conversazione che citavo all’inizio e, forse, ho intuito meglio cosa intendeva dirmi quel collega. I suoi no – e ne ho avuto prova lavorandoci insieme – non erano il riflesso del classico ministro delle finanze tetragonale e scorbutico, erano, al contrario, un modo rispettoso e pacato per ricordare alle sue controparti che non sempre tutto è accettabile, che non bisogna sempre portare a casa solo il minimo da un negoziato. I no, a volte, non servono per bloccare le trattative ma riescono a fargli fare uno scatto in avanti. Da relatore al bilancio, quando con le mie controparti del Consiglio non trovavamo un accordo, ho ripetuto più volte “non c’è problema, riproviamoci nei prossimi giorni”. Senza cedere ma pure senza protervia.

Non so se nella prossima legislatura mi occuperò ancora di bilancio e finanze ma, in ogni caso, spero che il Parlamento Europeo, come abbiamo provato a fare noi in questi anni, impari a utilizzare appieno le sue prerogative per continuare un percorso difficile, certo, ma necessario capace di dare all’Unione quella indipendenza e quella stabilità di cui ha bisogno per competere e vincere in un mondo sempre più complesso e globalizzato. Noi ci abbiamo provato, anche con i nostri no, ora speriamo di avere nuovi alleati.

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