Il pareggio della «generazione Erasmus» alla guida dell’Unione Europea

13 gennaio 2015

Matteo Renzi ha concluso da pochi minuti il suo discorso di chiusura del Semestre Italiano di Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea. Sei mesi lunghi, impegnativi, in cui il nostro Governo ha dovuto gestire la complessa fase di transizione fra la dimenticabile Commissione Barroso e il nuovo esecutivo europeo guidato da Jean-Claude Juncker. Renzi, a inizio Presidenza, con il suo discorso sulla generazione Telemaco voleva «ridare un’anima all’Europa». Voleva tornare a investire. Voleva immaginare un’Unione capace di dare forma e voce a un continente con un disperato bisogno di speranza.
Un vasto programma, avrebbe detto qualcuno.
Il Semestre che si chiude oggi non è stato, come dire, una «cavalcata trionfale». La questione di cui mi sono occupato più da vicino, il Bilancio UE del 2015, è stata gestita in maniera quasi superficiale dal nostro Governo. E il negoziato, a tratti, sembrava quasi voler mancare di rispetto al Parlamento Europeo (che, ricordiamo, sul bilancio, ha potere di veto).
Nel mio piccolo ho provato, per mesi, ad avvisare il nostro governo. A tutti i livelli. I risultati sono arrivati solo nell’ultima fase, solo all’ultima curva, e solo grazie all’intervento diretto del ministro Padoan e al buonissimo lavoro di mediazione e coordinamento del sottosegretario Sandro Gozi. Peccato. Il bilancio europeo finanzia progetti come Erasmus, i Fondi Strutturali, Frontex, i finanziamenti per l’industria ecosostenibile. Forse una maggiore attenzione da parte della Presidenza Italiana avrebbe permesso di arrivare a un budget più solido, capace di superare i singoli egoismi nazionali e costruire quell’Europa «visionaria» immaginata da Matteo Renzi.
Si è lavorato bene, invece, per porre le basi della flessibilità sulle regole di bilancio. La Commissione Juncker ha fatto delle aperture sullo scorporo dal Patto di Stabilità dei soldi che andranno a finanziare il Fondo Europeo per gli investimenti. È una questione fondamentale, anche se il progetto – ad oggi – è ancora piuttosto fumoso. Cercheremo di capire di più nei prossimi mesi, quando lavoreremo sui testi legislativi. In ogni caso, è un passo importante per superare l’egemonia culturale dell’austerità. La sinistra ha un’occasione fondamentale, e dovremo saper sfruttare al massimo questi nuovi strumenti.
Sull’altro fronte caldo – quello del TTIP – la Commissione ha pubblicato una parte del mandato negoziale e ha promesso maggiore trasparenza nelle difficili trattative con gli Stati Uniti. Anche qui si tratta di un buon inizio. Sarà necessario difendere alcuni principi, che non saranno negoziabili: qualora non fossero rispettati, sono pronto a espormi per ragionare sulla linea da tenere nel gruppo S&D.
Purtroppo non ho visto lo stesso impegno riguardo i diritti civili: esclusi un paio di convegni bruxellesi, la Presidenza Italiana è stata decisamente debole, senza proposte di rilievo né una chiara strategia. In pratica ha replicato la posizione immobilista del nostro Governo. Un vero peccato anche perché la realtà non si cancella ignorandola, come dimostrano, per esempio, le coppie che ho ospitato qui a Strasburgo a dicembre («Se sei sposato in Europa sei sposato anche in Italia», ricordate?). Ci hanno raccontato storie di discriminazione quotidiana e i colleghi di altri paesi erano quasi straniati dall’arretratezza italiana su questo tema.
Molti media italiani si stanno chiedendo se questo semestre non sia stato, fondamentalmente, tempo sprecato. Forse è stato sostanzialmente un pareggio, ma di quelli nemmeno troppo divertenti e coinvolgenti. Tuttavia, resta l’amarezza di un’occasione non sfruttata. Soprattutto se consideriamo le grandi aspettative e il grande entusiasmo che aveva generato l’inizio dell’avventura europea del nostro Presidente del Consiglio. Anzi, anche le buone basi che abbiamo posto, per ragioni più legate all’iniziativa personale che non a un’ampia programmazione politica, saranno portate a compimento dalle presidenze successive. La «generazione Erasmus» è arrivata in Europa dalla porta principale e non è riuscita a portare molta aria nuova.