Il futuro dell’Europa. Il ruolo del Partito Socialista Europeo

3 giugno 2018

Condivido un pensiero che ho lasciato ai partecipanti all’evento “Democrazie illiberali e sovranismi” (per cui ringrazio Magda Negri e Dunia Astrologo) che si è tenuto il 25 maggio presso il Polo del ‘900. Il resto dell’articolo verrà a breve pubblicato su “La Porta di Vetro”.

Nel 1944 Altiero Spinelli concepiva con straordinaria visionarietà, con fantasia pragmatica, con spirito di innovazione, quella deliziosa utopia che possiamo chiamare ancora oggi Europa Unita. Invitava a non lasciare “che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità”. Nel “Manifesto di Ventotene” Spinelli, con Ernesto Rossi e Ursula Hirschmann, delineava un’ideologia per il mondo a venire fondata sulla pace, sulla condivisione, sulla rinuncia agli egoismi e ai totalitarismi, sognando un continente che marciasse unito, con tutti i popoli capaci di condividere gli ideali di sviluppo e prosperità, cultura, conoscenza e felicità.

La sfida è sempre attuale e oggi sembra esserlo ancora di più.

Ogni conquista va presidiata, rivendicata, rilanciata. Del passato siamo responsabili – diceva Hannah Arendt – ma siamo ancora più responsabili del presente e del futuro, mi permetto di aggiungere. Il nemico esiste, cambia forma, ma si insinua sottile, là dove le difese immunitarie sono basse. Quale ruolo hanno, dunque, le forze democratiche per contrastare la deriva che vediamo sotto i nostri occhi?

In questo contesto un ruolo fondamentale è e sarà giocato dal Partito socialista europeo, che si è rivelato essere negli ultimi anni la cartina al tornasole dello stato di salute delle sinistre riformiste di tutto il vecchio continente.

Le elezioni europee del 2014 hanno visto accorciarsi le distanze nei confronti dei popolari, con un sostanziale “pareggio”.

Il frutto di quel voto è stato un accordo di maggioranza tra PSE e PPE, i due maggiori partiti, in nome della governabilità e della stabilità.

Questo abbraccio ha, a suo modo, alimentato, in realtà, il vento dell’anti europeismo, cavalcato dai partiti e dai movimenti populisti dei vari Stati membri, che hanno continuato a delineare l’Unione come una “matrigna cattiva”.

Quello che oggi inizia sarà un anno importantissimo. Il 26 maggio 2019 si terranno le prossime elezioni europee, con uno scenario molto confuso e complesso. Sarà importante arrivarci con un PSE riformato e più forte. E’ necessario che si abbandonino le ambiguità degli ultimi anni verso proposte forti e incisive come il “Piano Prodi” per l’Europa sociale o l’idea – lanciata dall’Italia – di un’assicurazione europea contro la disoccupazione. Al centro della nostra azione dovranno esserci proposte che permettano ai socialisti di tornare a occupare degnamente uno spazio che negli ultimi anni hanno lasciato colpevolmente libero: quello della giustizia sociale.

Tre gli ambiti su cui poter incidere: lavoro, previdenza e investimenti.

Il PSE ha utilizzato, negli ultimi anni, i metodi della destra: ha abbracciato l’idea di austerità proposta dai popolari, anteponendo il rigore economico e finanziario alla vita delle persone. Bisogna iniziare a mettere un po’ di radicalità nelle proposte, inserendo nell’agenda, tra i primi punti, la lotta alle disuguaglianze, il contrasto alla povertà, un piano per affrontare la precarietà della vita, il diritto al lavoro.

Qualche giorno fa ho partecipato alla presentazione da parte del Commissario Oettinger del progetto di bilancio della Commissione europea. Come relatore al bilancio UE per il 2019, ho fatto presente quanto sarà fondamentale passare anche attraverso questo strumento per rispondere agli attacchi che i partiti populisti sferrano ogni giorno verso l’Europa. Sarà l’ultimo bilancio approvato da questo Parlamento e dovrà essere il più possibile attento alle esigenze dei cittadini, dovrà restituire l’immagine di un’Europa sociale e pensare ai giovani, aumentando i finanziamenti ed estendendo programmi come Erasmus Plus e Youth Initiative. Dimostriamo che l’Europa può davvero essere la soluzione a problemi che i singoli Stati membri non riescono più ad affrontare autonomamente.

Abbiamo bisogno di un cambio di passo da parte della grande famiglia socialista. La soluzione è più semplice di quanto si possa pensare: tornare a essere se stessi.