Bilancio di fine mandato – Commissione BUDG

2 luglio 2019

Concludiamo questa legislatura con la consapevolezza che, come Parlamento Europeo, abbiamo fatto di tutto per spingere politicamente l’Unione Europea verso una maggiore coesione sociale.

L’assetto elettorale del 2014 ha garantito l’elezione di una nutrita rappresentanza di eurodeputati di sinistra (non dimentichiamo che il Partito Democratico aveva la più grande delegazione del Partito Socialista Europeo, e anche la GUE, spinta dalla campagna elettorale di Alexis Tsipras, aveva ottenuto un buon numero di eletti) e, più in generale, una grande pattuglia europeista e convinta di poter iniziare un lavoro di maggior apertura e coesione verso una “more perfect Union” che non fosse solo finanziaria e punitiva, ma anche sociale, aperta e politica.

Come membro titolare della Commissione Bilancio, ho cercato di usare quello che a una impressione superficiale può sembrare uno strumento burocratico e solo ed esclusivamente di ragioneria minima come un vero e proprio strumento di natura politica. Attraverso questa commissione, infatti, passa praticamente l’intera possibilità di spesa dell’Unione Europea ed è dalla visione che mettiamo dentro il nostro modo di utilizzare i soldi che determiniamo scelte politiche più eque, e volte al futuro.

Mi dispiace molto non poter continuare il lavoro che avevamo impostato in questa legislatura. Usciti dagli anni bui della Commissione Barroso, abbiamo cercato di dare alla Commissione Juncker — con la quale non sono mancati momenti di scontro e confronto — un respiro meno incentrato sul rispetto dei conti e più interessato all’aumento della spesa per creare occasioni di crescita non solo economica, ma anche sociale e umana andando a toccare le questioni della ricerca, dell’istruzione, del lavoro, del contrasto alla povertà e dell’ambiente. Abbiamo impostato una buona opera di ricostruzione, in linea con quanto portato avanti nella campagna elettorale del 2014 dal Partito Socialista Europeo. Il gruppo S&D chiude questa legislatura con la consapevolezza di aver rappresentato un vero e proprio “fronte a sinistra” per un’Europa che stava dimostrando una graduale caduta verso forze politiche regressive e populiste. Abbiamo messo al centro della nostra agenda una crescita sostenibile e rispettosa per l’ambiente, la ricerca di meccanismi di tutela per i posti di lavoro e di contrasto alle degenerazione di una globalizzazione sempre più selvaggia, il rispetto e l’avanzamento dei diritti civili e sociali in tutte le sue forme. Non è stato tempo perso.

Possiamo dire senza falsa modestia di aver lasciato tutto a posto e abbiamo impostato delle belle cose: chi verrà dopo di noi potrà decidere se continuare nel nostro solco (e quindi andare verso una maggiore coesione europea) oppure tornare alla vecchia visione di un continente in guerra permanente tra sé, con gli interessi degli stati membri a farla da padrone e con nessuno veramente interessato a costruire un’Europa futura basata su una maggiore solidarietà. Lo dico non solo perché orgoglioso del lavoro fatto, ma anche perché il prossimo Parlamento, e quindi anche la prossima commissione bilancio con i cui membri del gruppo S&D mi auspico di intrattenere un rapporto dialettico e collaborativo, dovrà affrontare alcuni passaggi decisivi che riguarderanno la vita di tutte e tutti noi.

Il Quadro Finanziario Pluriennale

La prima e più importante sfida che si affronterà sarà quella del Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027. Si tratta della “cornice” da impostare dentro la quale muoversi politicamente nei prossimi anni. Un bilancio pluriennale che è composto all’80% da trasferimenti provenienti dagli stati membri e per il restante 20% dalle risorse proprie (su cui nella scorsa legislatura abbiamo cercato di impostare una riforma per aumentare questa percentuale in modo da potenziare la nostra capacità di spesa attiva). Si tratta di una decisione da oltre mille miliardi di euro e che definirà le principali voci di spesa dell’Unione Europea. Avendo ormai capito che non dobbiamo trattare il bilancio come un fastidio burocratico ma come uno strumento politico vero e proprio, da come finirà questa partita capiremo che direzione intende intraprendere l’Europa.

Sapendo che le elezioni del 2019 avrebbero portato a una contrazione della pattuglia socialista, speravamo di poter chiudere questa legislatura con il bilancio pluriennale già approvato e impostato. Purtroppo non è potuto succedere. Il Consiglio, infatti, che ha l’ultima parola, non ha accettato un accordo di compromesso (al rialzo, ovviamente: di solito noi del Parlamento cerchiamo di ottenere di più, il Consiglio — cioè gli stati membri — cercando di non dare niente e la Commissione fa da pacere tentando di accontentare tutti) e ha rinviato l’avvio delle negoziazioni a questo autunno. L’approvazione da parte del Consiglio di questo tipo di misura deve avvenire, ovviamente, all’unanimità e il Parlamento dovrà quindi mostrarsi pronto e compatto nella sua forza negoziale. Magari partendo dal lavoro che abbiamo svolto per il Bilancio del 2019, quello di cui sono stato relatore, che ha visto un aumento della capacità di spesa nelle voci sensibili e “di sinistra” portando a un accordo le forze popolari di centrodestra, e quelle socialiste di centrosinistra.

Un buon esempio: il Bilancio 2019

Permettetemi di essere orgoglioso. Il Bilancio 2019 è uno dei più ambiziosi della storia dell’Unione Europea. È nato da contrattazioni durissime, grazie alla capacità di negoziazione nostra e dello sforzo unito di tutte le forze politiche interessate a ottenere di più a non cedere rispetto alle richieste di tagli del Consiglio. Chiudendo un accordo che ha portato l’aumento globale delle risorse disponibili (943 milioni di euro in più, che rappresenta un incremento del 3,2% sui 165 miliardi di euro complessivi) abbiamo costruito un Bilancio in grado di analizzare il tempo in cui viviamo e fornire risposte e soluzioni possibili per contrastare i problemi e affrontare le sfide fondamentali della nostra quotidianità, dando più fondi per politiche di contrasto ai cambiamenti climatici e di supporto alle politiche sociali; concentrando risorse su politiche ambientali e di occupazione giovanile, oltre che aumentare i fondi per ricerca e innovazione.

Dimostrando che un altro Bilancio è possibile, e che usando la politica è possibile ottenere di più, speriamo di aver dato un buon esempio per quello che adesso rappresenta uno strumento che non pesa per niente sulle casse degli stati membri. Già: al netto della propaganda elettorale, il Bilancio dell’Unione Europea interessa l’1% del PIL complessivo dell’Unione Europea. Siamo l’amministrazione più leggera e efficiente al mondo. Pensate che in media il bilancio di uno stato tocca il 45% del PIL, e nei liberistissimi Stati Uniti si arriva al 25%. Un semplice incremento di pochi punti percentuale — raggiungere un rapporto 1,3% sarebbe l’ideale — aprirebbe tantissime possibilità ulteriori. Ma il Consiglio non è molto propenso ad allargare i cordoni della borsa.

Le risorse proprie

Una possibilità inesplorata da parte del Parlamento Europeo è quella sull’incremento delle risorse proprie. Il lavoro impostato nella passata legislatura dal “gruppo di saggi” capitanato dall’ex Primo Ministro italiano Mario Monti non ha portato i risultati sperati. Ma quello che adesso rappresenta il 20% del Bilancio — residui di dazi doganali e Carbon Tax, principalmente — potrebbe essere aumentato da una ulteriore razionalizzazione delle spese (una spending review che sia utile e virtuosa, e non solo “a cascata” su tutte le voci di spesa, con disagi evidenti per la gestione quotidiana del lavoro parlamentare) e una più concreta azione di redistribuzione con una tassazione ‘europea’ per i giganti della tecnologia (che pagano tasse ridicole in paesi che abbassano la pressione fiscale nonostante agiscano in tutto il mondo), e per le aziende multinazionali particolarmente inquinanti. La sfida di aumentare la possibilità di ottenere risorse proprio dovrebbe essere una priorità del gruppo S&D capitanato da Iratxe García Pérez, che ha recentemente affermato come “L’Europa deve recuperare la propria anima sociale e porre al centro dell’azione politica le persone”.

Il lavoro da fare: ambiente, diritti, innovazione

Quando il Consiglio ha deciso di rimandare le negoziazioni, avevamo impostato il lavoro concentrandoci sulle priorità che avevamo intenzione di affrontare. Come vedrete, si tratta di tempi di stringente attualità ma anche di orizzonte futuro fondamentale. Purtroppo non si tratta di niente in grado di aizzare un’opinione pubblica sembra più vogliosa di capri espiatori e colpevoli da additare, e sono temi che non trovano spazio nel dibattito quotidiano per colpa di forze politiche che preferiscono concentrare la loro attenzione su altro. L’ambiente e la lotta ai cambiamenti climatici; la costruzione di regole comuni europee per i diritti sociali e le politiche giovanili; la ricerca e l’innovazione e le politiche d’investimento; le politiche migratorie e la politica estera e di difesa.

Sui cambiamenti climatici la nostra proposta era di impostare la nuova cornice sull’aumento della spesa che dovremmo destinare a questo tema: dal 20% al 25%. La proposta del Parlamento Europeo uscente è stata addirittura più ambiziosa, impostando l’asticella al 30%.

Per quanto riguarda le politiche giovanili, abbiamo impostato l’aumento delle risorse destinate a Erasmus+, per un totale di 2,9 miliardi di euro. Concretamente, si tratta di finanziare oltre 260 mila borse di studio in più. Chiudiamo questi cinque anni con la richiesta di aumento del 200% e una dotazione di oltre 41 miliardi. Inoltre, abbiamo impostato la Youth Employement Initiative — il programma che vuole garantire a tutti i giovani sotto i 25 anni un’offerta occupazionale valida — per offrire possibilità di formazione e impiegato a oltre 16 milioni di giovani (1,5 milioni solo in Italia). Abbiamo chiesto di raddoppiare i fondi per questa dotazione, che oggi è di 9 miliardi di euro.

Inoltre c’è una misura molto ambiziosa e che mi sta molto a cuore: la Child Guarantee. Un piano ambizioso per l’abolizione della povertà infantile. Impostarla e portarla a casa rappresenterebbe una rivoluzione e permetterebbe di costruire un futuro migliore per oltre 25 milioni di bambini che oggi vivono in condizioni di povertà assoluta. Sussidi europei; assistenza sanitaria gratuita; istruzione di qualità; diritto alla casa e alla giusta alimentazione. Un piano che ha bisogno di molti soldi, circa 6 miliardi di euro, ma che porterebbe risultati enormi sul lunghissimo periodo.

Per quanto riguarda l’innovazione e la ricerca, invece, abbiamo messo Horizon 2020 al centro della nostra azione, aumentando la dotazione a 12 miliardi di euro. Il Parlamento ha chiesto che i fondi siano aumentati fino a 120 miliardi, perché è da qui che parte la capacità europea di essere all’altezza delle sfide tecnologiche che dobbiamo affrontare con Stati Uniti, Cina, India e Russia.

In giorni come questi, inoltre, non possiamo dimenticare le politiche migratorie. Da questo punto di vista la faccenda si fa molto complessa. Dentro una situazione di stallo gravissimo in cui non nei riesce a trovare un accordo per riformare il trattato di Dublino (e visto che la questione è in mano al Consiglio, cioè agli stati membri, potete ben capire come mai), abbiamo trovato risorse per fornire risposte strutturali alla gestione della questione. Oltre ad un aumento di oltre 30 milioni su Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione, abbiamo investito risorse per delineare politiche in Africa e nei paesi del mediterraneo più interessati a guerre, siccità e carestie. Il prossimo bilancio pluriennale dovrebbe prevedere un aumento dei fondi a 10 miliardi.

L’Europa e la sfida del mondo

Il lavoro da fare è molto. E come ho avuto modo di spiegare, il Bilancio è uno strumento fondamentale per determinare l‘azione politica della nostra Europa. Affrontare la sfida globale vuol dire sapere che non ci si deve più confrontare tra piccoli stati e piccole entità singole, ma con grandissimi attori geopolitici che agiscono per il proprio interesse. Nel mondo interconnesso in cui il capitale si muove liberamente e in cui la tecnologia progredisce giorno dopo giorno e non possiamo permetterci un’Europa titubante e bloccata dalle paure interessate dei paesi membri che vogliono solo un ritorno ai vecchi confini e vogliono limitare — quando non impedire — il movimento delle persone. Il mondo non aspetta, va per i fatti suoi, e giorno dopo giorno leggiamo report catastrofici su come gli sconvolgimenti ambientali e climatici stanno ridefinendo l’orizzonte in cui saremo destinati a vivere; di come regimi autoritari e democrazie illiberali stanno distruggendo i meccanismi di democrazia e comprandosi consensi permanenti anche attraverso politiche estere molto aggressive; di come persone che vogliono solo ambire a una vita migliore sono destinati a passare giorni in balia del mare, bloccati sulle navi per il cinismo di qualche capo politico più interessato ai like su Facebook che non alla vita delle persone. Se l’Europa è in ritardo, non interesserà al mondo e i nostri competitor — non più alleati — avranno tutto l’interesse a mangiare la torta che abbiamo lasciato sul tavolo.

Mi capita spesso di rileggere il Manifesto di Ventotene. E leggo in quelle pagine la forza di un sogno che aveva animato il concepimento di quello che a tutti gli effetti resta il più grande e innovativo progetto politico dell’età contemporanea. Una federazione di stati uniti dall’idea di un progresso e di un futuro in cui non esistono più guerre, in cui si crea una comunità di pensiero e di destino, in cui si fonda una società nuova basata sulla solidarietà e l’umanità. Mi piace pensare che questo periodo storico rappresenta solo un rallentamento di un processo che non abbiamo intenzione di abbandonare. Se non altro perché sarebbe davvero stupido perdere questa battaglia, visto che non ne esistono altre. Io penso che l’Europa rappresenti una possibilità ancora inespressa. Una potenzialità infinita a fronte di una piattezza burocratica e una miopia egoistica che ha solo garantito frustrazione e generato rabbia diffusa in un corpo sociale frustrato ed escluso, fiaccato da anni di crisi economica e politiche autolesioniste. Pensare al futuro vuol dire non arrendersi allo stato attuale delle cose. E farlo con le armi della politica vuol dire anche usare gli strumenti a nostra disposizione per creare un mondo migliore per tutte e tutti, anche per chi non la pensa come noi. Sono da sempre convinto che fare politica e essere di sinistra vuol dire lavorare giorno e notte per lasciare il mondo un pochino migliore di come lo abbiamo trovato.

Noi del gruppo S&D che in questi anni abbiamo lavorato moltissimo per far andare le cose un po’ più come volevamo noi, salutiamo Bruxelles con la convinzione di aver fatto un ottimo lavoro.

E siamo sicuri si tratti di un arrivederci.